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La Città di Vetro si svegliò in un silenzio innaturale.

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Niente schermi, niente notifiche, niente rumore di fondo. Solo un vuoto compatto, come se qualcuno avesse spento il mondo con un interruttore nascosto.
All’inizio nessuno ebbe paura.
I cittadini erano abituati a piccoli guasti, a interruzioni momentanee. Ma dopo pochi minuti il silenzio diventò sospetto, dopo un’ora inquietante, dopo tre ore una minaccia. Gli ascensori erano fermi, gli ospedali senza luce, le auto bloccate come animali addormentati.
Il sindaco parlò alla folla da un megafono d’emergenza, un oggetto così antico che sembrava uscito da un museo.
«Stiamo indagando. È un attacco esterno. Qualcuno vuole colpirci.»
La gente applaudì: era rassicurante pensare che il nemico fosse altrove.
Ma nel seminterrato del Centro Dati, tra server spenti e cavi che pendevano come radici strappate, un giovane analista stava già intuendo la verità.
Si chiamava Elia. Era uno di quelli che avevano costruito la Città di Vetro riga di codice dopo riga di codice, convinto che la trasparenza fosse sinonimo di sicurezza.
Ora, davanti a lui, c’era un errore.

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